L'ANNIVERSARIO. 7 NOVEMBRE 1979, QUANDO VINCENZO DE LUCA SI FECE ARRESTARE A PERSANO
Quando De Luca si fece arrestare a Persano. Leonardo Sciascia, e Caldoro padre presero le sue difese. Fu un’azione in difesa dell’altavillese Antonio Di Masi
A chiedere lo sgombero sbrigativo fu l’allora comandante del presidio militare di Persano che trovò ascolto nei vertici della magistratura salernitana che chiamò il battaglione dei carabinieri «Lametia». C’era da fermare sul nascere una trattativa che proprio in quei giorni stava inclinando su di un piano pericoloso di “scambio” di altri territori a favore del ministero della Difesa che si stava orientando a lasciare Persano. A spingere in questa direzione erano i vertici di quella regione Campania che poi furono ammazzati dalle Brigate Rosse: Amato e Delcogliano. Lo scandalo erano 1600 ettari, tra i più fertili della piana del Sele ma usati solo dai militari per le esercitazioni e venduti a prezzi di favore ad alcuni “amici” per il foraggio, il pascolo delle greggi ed il taglio dei boschi. Alla testa dei contadini di Persano c’è un manipolo di giovani ed agguerriti dirigenti comunisti. Oggi il nome che spicca è quello di De Luca. L’unico ancora in servizio permanente effettivo. Quando si parla delle inchieste che lo coinvolgono si dice orgoglioso. «Ho 35 anni di lotte civili, di quelle contro la camorra nell’agro nocerino e della notte in passata in carcere, a Persano». Alt, un passo indietro. Innanzitutto era la caserma dei carabinieri di Borgo Carillia, ad Altavilla Silentina. A dirigerla è un maresciallo lucano, di Tursi il paese di Albino Pierro, e si chiama Francesco D’Errico. Per due anni stette fianco a fianco dei contadini. “Ero il padre, il loro fratello maggiore. Li consigliavo per il meglio. E fino a quel giorno era andato tutto liscio”, dice oggi. Di Fragella, “don Vito” come lo ribattezza Carlo Franco, allora inviato di punta del “Mattino”, il leader contadino, è rimasto amico nei decenni successivi. L’epoca? Mese più mese meno, si torna ad oltre trent’anni fa. È il 7 novembre del 1979 quando una carica preceduta da tre squilli di tromba travolge i contadini di Serre che rivendicavano le terre della base militare di Persano, nel salernitano. “Erano entrati dentro all’area militare, con i trattori, per 50 metri”, fu la versione ufficiale. Una scusa, per due anni poco ci era mancato che si andasse ad arare pure nel cortile della caserma Cucci. È l’ultima delle lotte romantiche contadine che infiammarono il Sud in quegli anni. In un’Italia nel pieno degli anni di piombo, delle stragi e dello scontro di piazza permanente, a Persano agli scontri, all’unico ferito, si arriverà solo il 7 novembre del 1979 quando il controllo dell’ordine pubblico passa al colonello Lancieri Galasso. Le quattro persone che decidono di farsi arrestare (tra le quali c’è Vincenzo De Luca) lo fanno per solidarietà verso un compagno (è Mario Tarallo, il fratello di Giuseppe, l’ex presidente del Parco del Cilento) fermato per aver fatto “scappare” il ferito verso una macchina privata che lo porta all’ospedale. Antonio Di Masi, coltivatore di Falagato di Altavilla, in seguito fondatore della locale sagra del fusillo, ha ricevuto una manganellata sulla testa ed ha il sangue che gli cola copioso. L’ufficiale dei carabinieri vede la situazione sfuggirgli di mano. “Mario Tarallo faceva allontanare il ferito a bordo di un’auto privata. All’invito rivoltogli di fornire le proprie generalità, il Tarallo si rifiutava, per cui l’ufficiale lo faceva salire su di un automezzo militare”. Sullo stesso automezzo salgono Paolo Nicchia, allora segretario salernitano del Pci, Giovanni Zeno, responsabile della Camera del lavoro e due giovani dirigenti del Pci di Salerno: Vincenzo Aita, poi assessore regionale all’agricoltura in quota Bassolino ed infine eurodeputato, e, appunto, Vincenzo De Luca. Ci sono anche Mario De Biase ed Elio Barba: “A noi due ci fecero scendere a colpi di calcio del fucile, forse sembravamo troppo giovani”, racconta l’ex sindaco di Salerno. Ironia della sorte, a presentare un’interrogazione parlamentare per chiedere conto di quei quattro arresti è una pattuglia di deputati socialisti. Primo firmatario Antonio Caldoro, padre di Stefano, attuale governatore Pdl a palazzo Santa Lucia. Caldoro senior, Carmelo Conte e Nicola Trotta chiedono all’allora ministro dell’Interno Rognoni «come siano stati possibili e quali i responsabili degli atti di violenza contro i lavoratori e i dirigenti politici». Il governo è un tricolore Dc, Pli e Psdi, il premier è Francesco Cossiga e la discussione su quegli arresti infiamma l’Aula il 9 novembre, due giorni dopo gli scontri e gli arresti. Con i socialisti una pattuglia del Pci guidata da Abdon Alinovi, Peppino Amarante e Giorgio Napolitano oltre a una giovanissima Emma Bonino e allo scrittore Leonardo Sciascia. Tutti chiedono conto di quei quattro arresti. Il sottosegretario Americo Petrucci apre i lavori, risponde ed esprime «il rammarico del governo per i fatti accaduti». Ma nega sdegnosamente gli arresti. «Aita, De Luca, Nicchia e Zeno - ribatte l’esponente del governo - sono stati solamente identificati e si sono allontanati dalla caserma dopo aver presentato una denuncia-esposto contro i militari per i presunti abusi. Nessun fermo e nessun arresto». Dai banchi dell’opposizione partono fischi e contestazioni. «Come si allontanavano? Allora sono scappati?», dicono i comunisti. Il sottosegretario tergiversa, parte un balletto di numeri. Ma per quanto tempo sono rimasti in caserma Nicchia, Aita, Zeno e De Luca? Due ore e mezza come sostiene il sottosegretario oppure oltre dieci come attaccano socialisti e comunisti? De Luca parla di una notte intera. L’allora maresciallo D’Errico, in caserma trova un telegramma e deve rientrare a Tursi per un lutto familiare. “Probabilmente non fu una notte e non furono poche ore”, racconta oggi. “I miei carabinieri mi raccontarono delle discussioni politiche tra questi giovanotti ed i nostri ufficiali. Nulla di più”.
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