PIAGGINE. CANTA EMILIO, CANTA!. STORIA DEL FORESTALE ROCK

di Oreste Mottola


Emilio Coccaro (con la chitarra) intrattiene i suoi amici


C’erano anche i capelli neri lunghi e folti di Emilio a tentare di rubare l’anima delle placide e assennate ragazzine dei paesi dei dintorni del Cervati negli anni Settanta. Prime prove di un irruente pop che bussava alle porte di un mondo pastorale. Tre accordi di chitarra e il battere ritmato di un tamburo e anche lui oggi che di anni ne ha sessantatrè può chiedere in musica se lo ricordano. Sembrano gli “stadio” di “Chiedi chi erano i Beatles”, in questo caso le “Pietre del Cervati” o “Santi Barbera”, a seconda di chi lui si ispirasse. Ancora si ricordano tra loro come: “U muoddu, ciuffo bianco, Catanzaro, i bambolotti, uppolo, mamilla, cavadduzzo, piedi dolci, puglisieddo. Anni 70, il “lido” è alle sorgenti del fiume Calore, il fotografo è “Onassis”. Oggi c’è solo, anche qui, la curiosità di sapere, come scrisse Roberrto Roversi, di come “il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri”. Seconda pedana dei “Collage” (quelli famosi per il “Tu mi rubi l’anima”) Emilio spesso era chiamato a sostituirli nelle feste di paese degli anni Settanta. Al fascino zingaresco della carriera artistica dopo qualche anno preferisce il ritorno al paese e la sicurezza di quel posto di operaio forestale alla comunità montana. Emilio mette su famiglia, un figlio si laurea in giapponese e l’altro diventa musicista, “lui la musica la conosce bene”. Fissa la sua “filosofia” al “come vene accussì te la pigli”, traduzione cilentana del “carpe diem”. La sua arte è anche lontana dalle forme di sofisticazione dalle nostre tradizioni musicali che compie Santino Scarrpa. Emilio è davvero un unicum. Diventa il caposcuola, l’iniziatore, della scuola musicale chiainara [piagginese] che ha numerosi aderenti e che il giovane Marco Bruno ha portato davvero in alto. “Mò ci vuole solo il colpo di fortuna”, ci diciamo in una sera d’autunno che c’incontriamo ai margini dell’annuale convegno sul brigante Tardio. Cercano una loro via questi artisti che, pur una modestia vera, sentono di poter dire la loro. S’incontrano nel suo garage e nei bar “Eco dei Monti” e “Number One” dove, dopo un bicchiere giusto per riscaldarsi, ogni artista improvvisa ai colleghi e agli astanti, una strofa o un accordo musicale. Più che a Piaggine sembra di stare nella Genova del giovane Fabrizio De Andrè. Ci fu un tempo che Piaggine ebbe i suoi Rolling Stones, le mitiche “Le Pietre del Cervati”, con Angiolino Vairo, Antonio Ruotolo e Giuseppe Musto e quel chitarrista- vocalist di Emilio Coccaro. Furono loro a portare una ventata decisiva di modernità in un paese tradizionalista. Fatto di pastori e bovari che transumavano fin nella Piana del Sele e a Policoro. Ricorda quella sera che i Collage, un gruppo pop che allora andava forte, non riuscirono ad arrivare ad una festa di paese dove erano stati ingaggiati e sul palco ci salì lui e la gente rimase contenta e si divertì. “Avevo due impresari, Paolino aquarese di Mainardi e il lucano Lettieri, che credevano nelle mie qualità”, racconta. E come canta Marco Bruno: “La vita è ‘na tarantella. Ci fanno credere che è carne ma solo un’osso. Pure spolecato [Spolpato] .[Oreste Mottola]

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