ANCORA UN VIAGGIO DENTRO AI MISTERI DEI POZZI DEI MONTI ALBURNI

 ALBURNI, esplorazione completata per Grava del Campo, la terza grotta più profonda della Campania



articolo di Oreste Mottola
OTTATI. La profondità raggiunta è di -403 metri, che la fa diventare la terza grotta per profondità nella nostra regione. Dopo più di trent’anni è stato trovato un nuovo -400 in Campania. La “Grava del Campo”, grotta sul massiccio degli Alburni e nel territorio del comune di Ottati, trovata nel 2008 ed allora solo aperta nella parte iniziale, è stata esplorata durante il campo estivo 2010 di vari gruppi speleologici meridionali federati nell’Alburni Team. Al suo interno c’è un pozzo, che gli speleologi hanno simpaticamente ribattezzato “Uanashon Uanaghen”, che rappresenta la verticale maggiore con i suoi 130 metri di dislivello. I risultati della campagna di esplorazioni portata avanti dal campo base fissato al rifugio dell’Ausineto, a S. Angelo a Fasanella, si sono estesi anche alle grotte del “Fumo”, detta così perché d’inverno a causa della differenza di temperatura tra interno ed esterno, c’era una scia a segnalarla, e dei “Vitelli” perché il bestiame più giovane, allevato allo stato brado, vi sparisce all’interno. “Alburni, l’acqua scolpì un cielo di pietra”, lo scrisse uno dei tanti speleologi che nel periodo estivo e nei fine settimana si aggirano per questa montagna fantastica per cercare di raccontarla. Non usano molte parole, questi “geografi del buio”. Francesco Maurano è un biologo del Cnr e viene da Summonte, geologa è è Norma Damiano, napoletana ma cresciuta ad Altavilla, lavora all’Enel Giuseppe Paladino di Sala Consilina. Li incontriamo all’ultimo campo di quest’anno. Perché questa montagna gruviera, queste Dolomiti del Sud, non smettono di sorprendere anche dopo più di ottant’anni di sistematica ricerca. Cosa ne facciamo di queste centinaia di grotte che il massiccio degli Alburni sembra nascondere ancora assai bene? A metà degli anni Cinquanta qualche militare accarezzò l’idea di utilizzare degli anfratti della cavità di Castelcivita per un deposito supersegreto di armi. Gladio? Forse, di certezze non ve ne sono se non quella barca sfuggita agli esploratori con le stellette e pochi anni fa avvistata, e fotografata, su uno dei quattro piani di “buco” tra la montagna ed il fiume. Le cronache ufficiali la spedizione militare la situano tra il 1950 e il 1952 ed i responsabili sono il topografo capo Carreri ed il tenente Dutto. Rimane il rilievo topografico di precisione delle due grotte e quella barca sfuggita al controllo. Alburni è un racconto lungo migliaia di anni. Dicono storie dure di bovari e pastori in lotta con i lupi, briganti e carabinieri, cinghiali e bracconieri, cavalli del re e salariati governativi, contadini contrapposti a mucche e pecore. E a ogni passo l’insidia delle “grave”, la terra friabile coperta dalla vegetazione dove sparivano gli animali e le persone. Con gli inghiottitoi dove entrava l’acqua che veniva, spesso a decine di chilometri di distanza, restituita ai fiumi. Il mistero degli Alburni è nel suo ipogeo, popolato di bivii del destino. Alla sua mappa ci lavorano fin dal 1926. Cominciarono i mitici triestini, Boegan e Bertarelli. Arrivavano in treno a Salerno e poi si muovevano fin sugli Alburni con mezzi di fortuna: cavalli e muli. “Alburni Team” è la sigla che riunisce gli ultimi eredi, otto diversi club, che organizzano due distinti campi da almeno un centinaio di partecipanti. L’equivoco è quello di farla coincidere con quell’unità amministrativa dove una volta imperava la comunità montana con 27 mila anime sparse in 12 paesini arroccati. Alburni è invece una delle più straordinarie delle oasi naturali del Mezzogiorno, dove intanto ci sono più uccelli che cristiani ed una concentrazione di bellezze naturalistiche e culturali che manco la Toscana. Al centro del massiccio alburnino, dove i turisti si vedono nei giorni della pasquetta e di ferragosto, a contendersi bonariamente questo regno fatato con i bovari e i cercatori di origano e tartufi, ci sono loro, gli eredi di Indiana Jones. Un momento, non hanno il cappello e la frusta come Indiana Jones, ma sono armati di tute, scarponi, metri, livelle, caschi con torcia incorporata e se necessario corde e imbraghi, si calano nelle viscere della terra proprio come l'avventuriero protagonista della saga di Steven Spielberg. Niente arche perdute né pietre magiche, però. Meta delle loro missioni sono le «cavità artificiali» costruite dalla natura nel corso dei millenni: pozzi, gallerie, inghiottitoi, neviere. Per noi, i quasi indigeni, sono le “grave”. C’è quella del “Fumo”, perché d’inverno a causa della differenza di temperatura tra interno ed esterno, c’era una scia a segnalarla, dei “Vitelli” perché il bestiame più giovane, i vitelli, incuriosito vi si aggirava e poi ci sprofondava.
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